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In nome del debito......vengono distrutti i nostri diritti. Ma davvero non abbiamo altra scelta che pagare impoverendoci? La soluzione è cominciare a occuparci tutti di debito pubblico. Esigere di aprire un grande dibattito su cause, soluzioni, prospettive. Con occhi nuovi. Con il coraggio di rimettere tutto in discussione, a partire dalla legittimità del debito

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Per un’Europa capace di futuro

Pachamama

Gli Indios la chiamano Pachamama, madre terra, a ricordarci che la nostra vita è possibile solo grazie alla generosità della natura che ci mette a disposizione tutto ciò che serve per i nostri bisogni. L’aria per respirare, l’acqua per bere e lavarci, il cibo per nutrirci, il legname per costruirci una casa, i minerali per fabbricare tutti gli altri oggetti utili alla nostra esistenza. Ma oltre al corpo, la natura nutre anche il nostro spirito mettendoci a disposizione la bellezza dei paesaggi, i canti degli uccelli, l’odore dei fiori, la maestosità dei colori.

Nei tempi passati anche in occidente si aveva venerazione per la natura. Ma a partire dal 1500 l’attenzione si è concentrata sulla nostra intelligenza. Scoprendoci capaci di inventare macchine, produrre manufatti, comporre nuovi materiali, ci siamo montati la testa fino a sentirci padroni del mondo. E se prima concepivamo la natura come una realtà nella quale inserirci rispettando i suoi ritmi e i suoi cicli, ad un tratto abbiamo pensato di poterla violentare per costringere lei ad adattarsi alla nostra idea di progresso che rincorre il mito della tecnologia, della velocità, della crescita. Così la natura è stata squarciata, depredata, contaminata, cementificata. 

Ma ora i nodi della nostra superbia stanno venendo tutti al pettine. Dopo due secoli di crescita ossessiva abbiamo dimezzato le foreste, depredato i mari, eroso una gran quantità di suoli, alterato il clima, avvelenato l’aria, ridotto al lumicino una gran quantità di risorse. E mentre stiamo raschiando il fondo del barile di molte materie prime non rinnovabili o scarsamente rinnovabili (petrolio, acqua, minerali rari) ormai ce la vediamo brutta anche per ciò che concerne le risorse rinnovabili. Mathis Wackernagel, direttore del Global Footprint Network, l’istituto che si occupa di impronta ecologica, tutti gli anni ci annuncia che finiamo i frutti della Terra ben prima del 31 dicembre. Secondo il WWF il nostro consumo di natura supera del 30% la capacità rigenerativa della terra, di questo passo fra il 2030 e il 2040 avremo bisogno di due pianeti.

E non per garantire a tutti una vita dignitosa, ma solo per garantire lo spreco a una minoranza.

La parte ricca del mondo è a un bivio. Deve decidere se continuare a saccheggiare il pianeta per i propri privilegi o imboccare la strada dell’equità e della sostenibilità. Deve decidere se rimanere nell’economia della quantità o passare a quella della qualità. La qualità della vita, dell’ambiente, del lavoro, della partecipazione. Una trasformazione che Alex Langer aveva già sintetizzato magistralmente nel suo discorso del 1° agosto 1994 ai Colloqui di Dobbiaco: «Sinora si è agiti all’insegna del motto olimpico citius, altius, fortius (più veloce, più alto, più forte), che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la nobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa che potremmo forse sintetizzare, al contrario in lentius, profundius, suavius (più lento, più profondo, più dolce), e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso».

Nuovo benessere, diceva Alex Langer, ben sapendo che il benessere identificato con la quantità di cose che gettiamo nel carrello della spesa non è benessere, ma benavere. È la persona ridotta a bidone aspiratutto. L’alternativa è il benvivere, una filosofia diffusa fra gli indios che punta all’armonia con se stessi, con gli altri, con la natura. Forse la stessa concezione di vita che aveva Alex Langer quando ci incitava alla conversione ecologica intesa come radicale cambiamento del nostro modo di consumare e produrre al fine di permettere a tutti di vivere dignitosamente utilizzando menorisorse possibile e producendo menorifiuti possibile. Una trasformazione che coinvolge gli stili di vita, il modo di organizzare l’abitare, le città, il lavoro. Ma che presuppone anche una diversa organizzazione economica in modo da privilegiare il locale sul globale, da regolamentare il mercato per impedirgli di danneggiare l’interesse collettivo, da rafforzare la dimensione pubblica per garantire la piena inclusione lavorativa e il soddisfacimento dei bisogni fondamentali per tutti.

Un cammino non semplice, ma che la politica può favorire cominciando a fare scelte appropriate in ambito energetico, agricolo, industriale, educativo. Ad esempio facendo passare il sistema energetico dai combustibili fossili alle energie rinnovabili, il sistema agricolo dalla produzione industriale a quella biologica, il sistema dei trasporti dall’auto privata ai mezzi pubblici, il sistema dei rifiuti dall’incenerimento al riciclo.

Anche l’Europa può fare molto per questi obiettivi, ma tocca a noi spingere affinché lo faccia.

Ultima modifica ilSabato, 17 Maggio 2014 08:05
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