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In nome del debito......vengono distrutti i nostri diritti. Ma davvero non abbiamo altra scelta che pagare impoverendoci? La soluzione è cominciare a occuparci tutti di debito pubblico. Esigere di aprire un grande dibattito su cause, soluzioni, prospettive. Con occhi nuovi. Con il coraggio di rimettere tutto in discussione, a partire dalla legittimità del debito

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Quella svolta autoritaria decisa dalle banche

In Italia è in atto una svolta autoritaria. Lo dimostra la nuova legge elettorale in costruzione. Lo dimostra la fretta con la quale si vuole chiudere il senato. Lo dimostra la manipolazione delle parole per trasformare un attacco alla democrazia in un’operazione di contenimento di costi.

 

E’ la tecnica dell’inganno tipica del marketing che tenta di piazzare il prodotto facendo leva su desideri, sogni, repulsioni. Una tecnica ben appresa da Renzi, che sfrutta i sentimenti di indignazione, paura, anelito di sicurezze, per estorcere il consenso popolare su riforme fatte passare come lotta alla casta mentre sono veri e propri attacchi alla democrazia.


E’ vero che Senato e Camera costano. Ma non per le loro funzioni, bensì per i privilegi che i loro componenti si sono assicurati. E l’abbattimento di costi era giusto ottenerlo non chiudendo un ramo del parlamento che è garanzia di democrazia, ma riducendo seriamente gli stipendi dei parlamentari al livello dei salari medi in vigore nel paese che ruotano attorno a 20mila euro l’anno. Con stipendi finalmente uguale a tutti gli altri, i parlamentari capirebbero i bisogni della gente e la smetterebbero di fare leggi sempre a favore dei ricchi contro i più deboli.

L’incrocio con la legge elettorale, che con un sbarramento all’8% negherà la rappresentanza a larghi strati della popolazione, mentre il premio di maggioranza a chi vincerà il ballottaggio assicurerà il governo a minoranze ristrette, rivela che l’obiettivo è concentrare il potere nelle mani di pochi che finalmente liberi da presenze scomode potranno decidere in fretta. Ma a favore di chi?

E qui la mente non può fare a meno di tornare ad un documento scritto nel maggio 2013 dal gruppo di ricerca economico interno a JP Morgan. Prima banca degli Stati Uniti, il suo patrimonio ammonta a oltre 2mila miliardi di dollari, l’equivalente del debito pubblico italiano. E benché pluricondannata per truffe (l’ultima in ordine di tempo quella del 19 novembre 2013 quando patteggiò una multa di 13 miliardi di dollari col dipartimento della giustizia statunitense) si permette di dare indicazioni alle nazioni rispetto a ciò che devono fare per recuperare quella solidità economica che perle banche è di fondamentale importanza per continuare ad incassare interessi da governi, famiglie ed imprese.

Il documento redatto da JP Morgan, dopo avere sottolineato l’esigenza che la zona euro torni a crescere secondo una logica di competitività, indica anche i passi che devono essere compiuti per raggiungere questo obiettivo. L’aspetto sorprendente è che un paragrafo è dedicato anche alla politica. Passaggio eloquente, che vale la pena leggere per intero:  “All’inizio della crisi, era opinione diffusa che i problemi fossero solo di natura economica. Ma con l’evolvere della situazione è divenuto chiaro che ci sono anche profondi problemi politici ,soprattutto nei paesi europei di periferia. Problemi  che a nostro avviso debbono essere risolti se l’unione monetaria vuole funzionare correttamente nel lungo periodo. I sistemi politici in vigore nei paesi europei periferici (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia) sono stati strutturati all’insegna delle esperienze vissute sotto le dittature. Perciò le loro costituzioni hanno una forte impronta socialista derivante dalla forza che i partiti di sinistra avevano subito dopo la caduta dei regimi fascisti. Ne deriva che i sistemi politici in vigore in questi paesi sono caratterizzati da governi nazionali deboli, governi centrali incapaci di farsi valere nei confronti di quelli locali, diritti dei lavoratori garantiti per via costituzionale, sistemi di consenso che alimentano il clientelismo politico e per finire il diritto di protestare se sono apportati cambiamenti non graditi all’assetto esistente. La crisi ha messo in evidenza tutti i limiti di questo quadro politico. Lo dimostra il fatto che i governi nazionali dei paesi europei della periferia sono stati solo parzialmente capaci di introdurre le riforme fiscali ed economiche necessarie al consolidamento economico, perché contrastati dalle amministrazioni regionali e locali. Ma il cambiamento sta cominciando ad avere il sopravvento. La Spagna ha preso provvedimenti per affrontare alcune contraddizioni del periodo post-franchista, cominciando ad introdurre una legislazione che permette al governo centrale di avere maggiore controllo sulla gestione fiscale e di bilancio delle strutture regionali. Ma fuori dalla Spagna, fino ad ora è successo ben poco. Il banco di prova sarà l’Italia dove i prossimi governi dovranno dimostrare di sapere avviare riforme politiche significative.”

Riassumendo, l’ordine del sistema finanziario è: governi centrali più forti, capacità decisionale rapida senza oppositori, demolizione dei diritti dei lavoratori. Esattamente ciò che sta realizzando il governo Renzi con la nuova legge elettorale, con l’abolizione del Senato, con la riforma del capitolo V della Costituzione relativo a province, comuni, regioni, con le  riforme sul mercato del lavoro.

La finanza ordina, la politica esegue. Entrambi d’accordo per prendersi gioco del popolo che acclama beato il pifferaio di turno.

 

Ultima modifica ilMercoledì, 02 Aprile 2014 13:22
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